venerdì 17 novembre 2017

#Venezia74 | Woodshock

Martedì 5 settembre 2017 - settima giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

Fuori concorso

Siamo arrivati finalmente a parlare dei film che ho avuto occasione di vedere alla mia settima giornata alla mostra (dai che abbiamo quasi finito!). Il primo del giorno è stato Woodshock, opera prima delle sorelle Kate e Laura Mulleavy, fashion designer che nel 2005 hanno fondato il marchio d'abbigliamento Rodarte.

Trailer: https://www.youtube.com/watch?v=T435AkddkKM
Vedendo questo trailer lo potremmo scambiare per un blando videoclip musicale, per uno spot indie-wannabe creato dalle sorelle per promuovere il loro marchio o al limite per il solito e prevedibile cortometraggio di laurea di un qualsiasi studente di cinema americano.

Esteticamente curato, non c'è nulla da dire, ma si tratta di effetti visti e rivisti, perfettamente in linea con quella corrente molto in voga adesso, così pretenziosamente "alternativa" da risultare banale e ripetitiva. Ci fa piacere sapere che un'attrice del calibro di Kristen Dunst si sia offerta per un progetto del genere... anche se alla fine così facendo non ha di certo dimostrato nulla di nuovo, sfido chiunque a non avere un deja-vu con un qualsiasi film della Coppola.

Sofia Coppola non è l'unica - forse troppo - evidente influenza per le due neo-registe, anche se grazie all'attrice protagonista è la più ovvia. Una vicenda che sarebbe potuta essere interessante se trattata con dovuta originalità si limita ad essere puro esercizio formale. Allegorie scialbe, primi piani quasi snervanti sulle espressioni sempre uguali della protagonista, 

Come riassumerlo in due parole...vediamo, Double Exposure. Nulla da dire per quanto riguarda lo  sperimentalismo visivo - a parte il fatto che qualsiasi giovane film-maker dalle pretese indie-altrernative farebbe le medesime scelte con lo stesso risultato - ma è abbastanza per essere presentato ad un Festival come quello di Venezia, seppur fuori concorso?

domenica 12 novembre 2017

#Venezia74 | Three Billboards outside Ebbing, Missouri

Lunedì 4 settembre 2017 - sesta giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

Dopo La Villa (Robert Guédiguian) visto alle 8.30 di mattina della mia sesta giornata al Lido, mi sono rivolta alla comoda Sala Grande per una delle proiezioni che attendevo di più e che si è rivelata alla fine essere poi l'opera che più mi ha colpito in concorso a Venezia74.

Ebbene, eleggo a miglior film di questa edizione del Festival questa pellicola statunitense di quel geniale regista e sceneggiatore britannico/irlandese che è Martin McDonagh. Una decina di anni fa aveva vinto l'Oscar per il miglior cortometraggio ma Tre manifesti ad Ebbing, Missouri (questo sarà il titolo italiano, per cui l'uscita è prevista a gennaio) è il suo terzo lungometraggio, come regista e sceneggiatore, senza contare importanti produzioni teatrali fin dagli anni '90.

Non riesco a descrivere l'emozione di poter dire di avere visto questo film, subito schizzato in cima alla lista dei miei film preferiti dell'anno e di sempre, all'anteprima mondiale - ovvero la mattina stessa della proiezione ufficiale con cast e regista, che si sarebbe svolta la sera del 4 settembre. Visionare questo capolavoro di regia, interpretazione ma in primis di sceneggiatura nella Sala Grande insieme alla stampa e agli addetti ai lavori è stato un vero privilegio. Posso già dire che è mia intenzione andarlo a rivedere quando uscirà al cinema in Italia, magari anche più di una volta.








La mia prima speranza era quella che fosse la protagonista Frances McDormand a vincere la coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile ma in un secondo momento - pur rimanendo ferma nella speranza di poter tifare per lei ad Oscar e Golden Globe - ho capito che era Martin McDonagh a doversi portare a casa il premio per la miglior sceneggiatura, senza ombra di dubbio. Così la pensavano anche molti critici presenti in sala e così evidentemente ha pensato anche la giuria che ci ha dato ragione. Vittoria!








C'era molto di Fargo (F.lli Coen, 1996) in questa 74° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Mi riferisco naturalmente alla sceneggiatura che sapeva di riciclaggio degli stessi Coen diretta da Clooney in Suburbicon (anche se probabilmente è ante-'96 e bla, bla, bla) ma mi riferisco anche proprio all'interpretazione di questo personaggio protagonista che ha molto della Marge Gunderson, altrettanto madre e altrettanto arrabbiata. A pensarla bene ci troviamo a 20 anni di distanza da quella celebre gravidanza con un'altra maternità dove in realtà la figlia in questione non si vede, non perché debba ancora nascere ma piuttosto perché purtroppo non c'è più.

Mildred Hayes, questa la nuova identità dell'attrice, è una madre single in lutto che cerca di mascherare con rabbia e aggressività un deteriorante senso di colpa che prova per la morte della figlia adolescente Angela. L'obiettivo del suo sfogo, 7 mesi dopo la tragedia (morte in seguito a stupro e violenza), si riversa sulla polizia della città di Ebbing, Missouri perché non sono ancora stati in grado di trovare un colpevole. Secondo lei la colpa è ancora più grande perché in particolare lo sceriffo non avrebbe prestato sufficiente attenzione al caso. Sceglie come veicolo 3 imponenti spazi per manifesti giusto fuori dai confini della città.
Qui entrano in gioco altri due attori meravigliosi: Woody Harrelson (sceriffo Willoughby) e Sam Rockwell (il poliziotto Jason Dixon). Quest'ultimo è piuttosto irritabile, razzista, scorretto ma soprattutto incompetente quando invece il primo è ingiustamente messo alla gogna in un momento oltretutto difficile della sua vita, in quanto malato terminale.
La differenza nelle reazioni dei due poliziotti all'offesa la dice lunga sulle capacità di sceneggiatura e caratterizzazione magistrale di McDonagh, senza contare personaggi forse secondari ma senza i quali il film non sarebbe stato il capolavoro che è: l'unico figlio superstite di Mildred, interpretato da Lucas Hedges (sì, proprio il ragazzo di Manchester by the sea, una delle poche cose davvero interessanti uscite da quel film) o anche Red (Caleb Jones), il singolare impiegato dell'agenzia pubblicitaria della città, responsabile di aver affittato i famigerati manifesti.
Numerosi personaggi e situazioni ad effetto si susseguiranno per tutta la durata del film in un alternarsi equilibrato di risate, momenti geniali, commoventi, tragici e profondi.

Martin e suo fratello John McDonagh sono stati spesso accostati a Tarantino, in particolare per quanto riguarda l'uso della violenza nei loro film. Siamo in quel tipo di cinema esploso negli anni '90 di cui appunto anche Fargo faceva parte, assieme al buon Quentin. La violenza qui non è mai puramente fisica e sanguinaria infatti buona parte la giocano anche le parole.
Può essere che a tratti potrà sembrarvi fin troppo "battuta pronta" ma aspettate fino alla fine e vedrete. La sala cinematografica non se ne starà un attimo zitta, saranno tutti a ridere e a piangere all'unisono.

Vi prego, fatelo per me, non lasciatevelo scappare!

sabato 21 ottobre 2017

#Venezia74 | La Villa

Lunedì 4 settembre 2017 - sesta giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

La mia sesta giornata al Lido di Venezia è stata piuttosto breve, con soli 2 film visti, entrambi alla mattina. Per riuscire a recuperare nel poco tempo a disposizione ben due pellicole, la prima proiezione è stata quella delle 8.30 in PalaBiennale (luogo e ora fanno intuire la mia categoria di accredito) per vedere il film francese in concorso quest'anno a Venezia74 La Villa di Robert Guédiguian.

Risultati immagini per la villa film 2017

La "villa" del titolo si trova di fronte al mare in una località nei pressi di Marsiglia e appartiene ad un anziano signore. L'ictus che lo ha colpito porterà i suoi tre figli a tornare a casa e, per loro controvoglia, a riunirsi al capezzale del padre. Armand, il maggiore, è colui che più è rimasto attaccato alle radici, in effetti gestisce il ristorante di pesce che prima era stato dei genitori. Anche Joseph si aggira sulla sessantina ma la sua voglia di giovinezza non è mai passata, aspirante scrittore, ex militante di sinistra, porta con se alla Villa la fidanzata molto più giovane di lui. Infine c'è Angèle, figlia minore, celebre attrice teatrale che a Marsiglia lascia soltanto brutti ricordi, ha lasciato controvoglia la sua nuova vita che si è costruita a Parigi.

Presupposti senza dubbio essenziali, lineari, realisti. Intreccio dai risvolti personali ed esistenzialisti.
Indubbiamente ogni personaggio si trova a fare i conti con il proprio passato perché è il motivo che li ha portati ad allontanarsi. Ora però si trovano davanti ad un compito ancora più difficile: cercare di gestire il futuro, prospettiva già difficile di per sé vista la situazione presente. La componente primaria del futuro è sempre la stessa: l'inevitabile imprevedibilità. Il piccolo centro marittimo verrà scosso da eventi importanti ravvicinati, tra drammi domestici nella casa dei vicini e l'arrivo di profughi dal Mediterraneo.

La vera protagonista di questo lungometraggio è la cosiddetta "terza età" che ha effettivamente pervaso tutte le giornate della Mostra del Cinema 2017. Pensiamo alla coppia Jane Fonda - Robert Redford, pensiamo a Helen Mirren e Donald Sutherland, ma soprattutto l'iconico ritratto di Charlotte Rampling in Hannah.
L'omaggio a questa tematica passa anche attraverso la giovinezza, con un omaggio alla pellicola del 1985 del regista, Ki lo sa, con gli stessi protagonisti durante uno spensierato viaggio in macchina, giovanissimi.

Passato e futuro sono i motori che portano avanti le vite nella storia narrata da Guédiguian, con un sottofondo ad un altro tema caro al regista, la politica, che agisce nelle vicende dei protagonisti come una divinità del fato, il destino che influisce sulla vita delle persone cambiandone il corso per sempre.

domenica 24 settembre 2017

#Venezia74 | Ex Libris

Domenica 3 settembre 2017 - quinta giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

La mia quinta giornata al Festival si è conclusa con la proiezione di questo lunghissimo documentario sulla New York Library (l'incredibile sistema bibliotecario della grande mela).

La curiosità del pubblico rispetto a questo imponente documentario si percepiva nell'aria, e come non provare interesse per l'ultimo prodotto cinematografico del grande Frederick Wiseman?

















Certo, non è stato facile per tutti incastrarlo nel proprio programma giornaliero vista la durata. Personalmente ho preferito riservargli una delle mie serate, quando ormai avevo già una giornata alle spalle di code sotto il sole e la stanchezza si faceva sentire... non so se sia stata la scelta più saggia ma sono contenta di averlo fatto perché non volevo perdermelo e contro le mie aspettative (e a differenza delle due persone con cui ero entrata e che sedevano ai miei lati) sono riuscita a restare sveglia per tutto il tempo.

Non ci sono fronzoli nel montaggio, nella presentazione dei molti scorci di "vita quotidiana" del sistema più complesso di una biblioteca cittadina al mondo. Non si tratta di una banale biblioteca, c'è un interessantissimo e intrigante universo che sta dietro all'organizzazione e alla logistica, nonché ai servizi offerti agli utenti.

















I film di Frederick Wiseman sono una garanzia: sempre sobri ma altrettanto sinceri e spontanei, come un documentario che si rispetti dev'essere (tutt'altro è stato Human Flow di Ai Weiwei ad esempio). Uno dei più grandi documentaristi contemporanei viventi, ha ritratto - senza artifici e con inimitabile capacità d'osservazione - sguardi d'attualità e di realtà storiche dalla seconda metà del '900 fino al presente, tanto da aver ricevuto nel 2014 il Leone d'Oro alla carriera proprio al Lido di Venezia dove quest'anno è tornato.
Non dimentichiamo che quest'anno (2017) anche l'Academy Award ha scelto di dedicargli il Premio Oscar alla Carriera.

Il mondo del cinema in questi ultimi anni gli ha dedicato e gli sta dedicando tutti i premi più importanti perché ormai Wiseman ha quasi 90 anni ed è giusto rendergli tutti i riconoscimenti possibili finché è ancora in vita perché il suo contributo al mondo del documentario è essenziale (e non avendo ricevuto premi significativi durante la lunga carriera, è giusto ricompensarlo ora, oltre a continuarlo a ricordare in futuro) perché ogni documentarista dovrebbe conoscere la sua opera ed imparare da lui (riferimenti puramente casuali all'altro documentario in concorso quest'anno a Venezia!).

3 ore e 17 minuti possono sembrare infinitamente tanti per un documentario su una biblioteca se pensiamo che Wiseman ha prodotto pellicole da 1 ora e mezza, ma ricordiamoci anche di documentari della durata di circa 6 ore e ridimensioniamo il nostro concetto di documentario perché in questo caso più che mai il documentario è come un libro, un corposo saggio su un argomento specifico, e quindi può permettersi di durare quanto il regista ritiene giusto (entro i limiti del possibile naturalmente).

La New York Public Library è un luogo di conoscenza e di incontro tra persone, non solo attraverso i libri ma anche tramite conferenze con musicisti del calibro di Elvis Costello e Patti Smith, autorevoli giornalisti e storici tra i più grandi al mondo, concerti ed attività culturali al servizio della gente, dei cittadini newyorkesi di qualsiasi quartiere, da Manhattan fino al Bronx.

sabato 23 settembre 2017

#Venezia74 | Marvin

Domenica 3 settembre 2017 - quinta giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

Sezione Orizzonti

Reduce dalla proiezione mattutina di Suburbicon, ho voluto dedicarmi ad un altro film concorrente nella sezione Orizzonti. In questo caso ho scelto Marvin, l'ultima pellicola realizzata dalla regista e attrice francese Anne Fontaine, screening al quale era presente anche il cast e la regista.

Marvin ou la belle éducation - French Movie Poster (thumbnail)

In tutto e per tutto storia di formazione del protagonista Marvin Bijou (interpretato da Finnegan Oldfield) che alterna passato e presente, un po' come Moonlight (Barry Jenkins, 2016) ma in versione molto francese.
La parabola di Marvin si accosta facilmente a quella di Billy Elliot (Stephen Daldry, 2000) in quanto il ragazzo vuole sfuggire da un contesto familiare e sociale non proprio roseo per diventare attore teatrale. Oltre a tutto naturalmente deve fare i conti con la propria sessualità, compito reso più difficile dal suo cognome.

Il ruolo che nel film inglese del 2000 era affidato a Julie Walters, quello di un'insegnante o nel caso di Marvin una preside scolastica, che scopre il talento dello studente e lo aiuta a spiccare il volo. Per quanto riguarda invece la sua vita da giovane adulto, la parte del mentore è interpretata da niente meno che la meravigliosa Isabelle Huppert nel ruolo di sé stessa.

L'omosessualità di Marvin e la sua difficoltà nel reagire al bullismo scolastico e all'emarginazione da parte dei coetanei, nonché alla durezza con la quale è trattato dalla famiglia non sono le uniche tematiche sociali del film (nonostante grazie ad esse ha vinto il premio Lgbt del Festival). Il riscatto sociale, riuscire finalmente a sfuggire all'arretratezza culturale della classe operaia da cui proviene, in questo caso grazie al teatro, alla recitazione e alle persone che questo nuovo ambiente gli permettono di conoscere, questi sono i temi che rendono la narrazioni del film efficace e credibile.

Il montaggio alternato che ci fa "rimbalzare" continuamente tra passato e presente aggiungono un tocco in più a questa storia di formazione che culmina poi con la prima dello spettacolo dove il fu Marvin Bijou racconta la sua parabola insieme a Isabelle Huppert, raccontando sé stesso e al tempo stesso una persona che non c'è più perché lui ormai ha cambiato nome e cambiato vita.

sabato 16 settembre 2017

#Venezia74 | Suburbicon

Domenica 3 settembre 2017 - quinta giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

Finalmente una giornata proficua alla Mostra del Cinema n° 74, a partire dalla proiezione mattutina di Suburbicon, sesto film con George Clooney alla regia e primo del regista sceneggiato dai fratelli Coen. Partiamo dal presupposto che se non siete particolarmente fan di uno e degli altri la visione è fortemente sconsigliata perché questa pellicola racchiude in sé il perfetto connubio di questi autori, Suburbicon è un'opera che non solo porta la loro firma ma la porta in bella vista.

Risultati immagini per suburbicon film poster

Un noir dai toni hitchcockiani è quello ambientato a Suburbicon, idilliaco quartiere della città media americana dai toni pastello che ricordano molto Edward mani di forbice. Siamo nel 1959, anno nel quale gli abitanti del vicinato rigorosamente "Wasp" si accaniscono attorno all'unica villetta abitata da gente di colore, paradossalmente l'unica famiglia davvero normale della zona.

Le vicende della famiglia Lodge potrebbero far pensare al personaggio del 1996 di William Macy in Fargo e con ragione, sono molte le situazioni che si ripetono pur con le dovute variazioni.
La verità è che i fratelli autori di entrambe le sceneggiature (e registi di Fargo) hanno tenuto nel cassetto Suburbicon fin dal 1986, dieci anni prima della loro celebre pellicola sopracitata e per ben 30 anni (!!!) prima che venisse effettivamente tirata fuori e iniziassero le riprese nel 2016.
Il progetto non era tuttavia sconosciuto ai più, infatti la regia di Clooney era stata confermata già dal 2005, anche se il cast si è formato negli ultimi tempi.

Finalmente un po' di violenza e ipocrisia tra i film selezionati per questa 74° edizione, portata sullo schermo da interpreti estremamente capaci, tra cui un interessante doppio ruolo di Julianne Moore, una brillante interpretazione del giovanissimo Noah Jupe, senza dimenticare la comparsata di Oscar Isaac per nulla scontata.

Secondo film con Matt Damon protagonista in questa edizione del Festival - dopo Downsizing (Alexander Payne) - e secondo film presentato con colonna sonora di Alexandre Desplat - dopo The Shape of Water (Guillermo del Toro).

Sono rimasta dispiaciuta quando ho constatato che Suburbicon non aveva ricevuto alcun premio al Lido di Venezia ma sono altrettanto fiduciosa di rivederlo a Oscar e Golden Globe, magari con diverse categorie in nomination. Un premio alla sceneggiatura non guasterebbe ma credo che potrebbe facilmente portarsi a casa anche qualche Academy più tecnico. Prevedo già come papabili la  scenografia, la fotografia (anche se non credo possa vincere) e una nomination in ambito sonoro.

Per la notte degli Oscar dovremo aspettare un bel po' ma intanto segnatevi l'uscita nei cinema italiani per il 14 dicembre, appuntamento d'obbligo se volete divertirvi con un film dalla trama non scontata, dialoghi e situazioni ben calibrate, humor nero, un po' di violenza ma altrettanti colori pastello.
Ancora una volta George Clooney porta sul grande schermo un'opera di grande sceneggiatura alla quale ha saputo aggiungere il suo sguardo dietro la macchina da presa che piacerà alla larga fetta di pubblico che ha già dimostrato di apprezzarlo in passato.

domenica 10 settembre 2017

#Venezia74 | Human Flow

Sabato 2 settembre 2017 - quarta giornata alla Mostra del Cinema di Venezia

La mia quarta giornata alla Mostra è iniziata la mattina presto con due proiezioni una di seguito all'altra nella stessa sala (la gelida e scomoda fantomatica PalaBiennale). Per fortuna era mattina perché altrimenti le condizioni non sarebbero state favorevoli a mantenere la concentrazione per ore di seguito. In particolare, prima del documentario di cui parleremo oggi, ho avuto il piacere di vedere Lean on Pete, di cui ho scritto nel precedente post.

Le mie aspettative per Human Flow purtroppo non erano molto alte perché già dal giorno prima sentivo pareri piuttosto contrastanti e onestamente le mie precedenti esperienze con l'artista e attivista cinese Ai Weiwei non sono state le migliori. Ho cercato il più possibile di approcciarmi al documentario con la mente più aperta possibile e di non lasciare che i pregiudizi avessero la meglio.

Ai Weiwei Films Refugee Crisis in over 22 countries ...

Parlare di profughi e rifugiati è importante e su questo non ci piove. Siccome questo argomento è uno tra i più scottanti al momento avrei immaginato un messaggio molto più acceso, quasi provocante, da parte dell'artista cinese. Weiwei invece ha scelto di dedicarsi alla questione dal punto di vista più generale e vasto possibile optando per un resoconto sulle migrazioni in tutto il mondo, passando di confine in confine, spaziando tra diverse cause che spingono le persone a spostarsi e talvolta a scappare. Non mi aspettavo un approccio così piatto - e davvero troppo vasto che rischia di essere dispersivo - da un uomo che ci ha dato prova di saper sorprendere le persone, che voi siate o no d'accordo con i suoi messaggi.

Parlare di profughi e rifugiati è essenziale al momento, dicevo prima. Raccontare il fenomeno delle migrazioni è invece sicuramente interessante ma dobbiamo pur sempre tener conto del fatto che la gente ha sempre migrato e sempre migrerà. Non dico che un documentario del genere sia totalmente inutile ma non ci presenta cose che già non sappiamo. Non illumina il pubblico circa aspetti più nascosti e pungenti, non suscita nella mente dello spettatore il formarsi di domande e riflessioni originali e stimolanti.

L'impressione che il pubblico di Venezia ha percepito è stata quella di una "vetrina" grazie alla quale Weiwei si sia messo in mostra, come ha sempre fatto peraltro nel corso di tutte le missioni umanitarie a cui ha partecipato. Non metto in dubbio che le sue intenzioni siano fra le migliori possibili ma non vedo perché dovremmo congratularci con lui quando ha la possibilità di fare il giro del mondo, tornare al sicuro nel suo studio di Berlino e apparire in un terzo delle inquadrature di questo suo "documento sui migranti nel mondo".

La scelta di comparire così spesso ha dato fastidio ma credo che ancor più irritante siano le situazioni in cui ciò accade. Prima lo vediamo consolare e porgere fazzoletti ad una donna che inizia a piangere. Poi lo vediamo scherzare offrendo a un profugo uno scambio di passaporti. C'era bisogno di calcare la mano su sé stesso in questo modo? Sempre nel ruolo del buon samaritano.

Lo stile documentaristico non è nulla di originale, piuttosto monotono e stucchevole - a tratti irritante a casa dell'esibizionismo del regista.

Mi scuso se mi sono troppo concentrata sulla figura del regista e poco sul contenuto del documentario ma obiettivamente questo volo d'uccello attraverso 23 paesi rischia di essere troppo dispersivo e poco efficace. A mia discolpa devo avvertirvi che se pagherete il biglietto per vedere Human Flow va tenuto conto che per metà del tempo vedrete Ai Weiwei, quindi pensateci bene perché oggigiorno di documentari di questo tipo ce ne sono diversi. Non penso che sia una brutta opera, che sia inutile o che contenga un messaggio negativo ma se volete un consiglio vi propongo Viaggio della speranza (Reise der Hoffnung, Xavier Koller, 1990) che vinse l'Oscar per il miglior film straniero e che colpisce in modo molto efficace il pubblico proprio perché sceglie di concentrarsi su una situazione più specifica.